#RicordandoMario “Quella risata fragorosa ed esplosiva…”

Pubblicato il 2 novembre 2017 | Da Mary | Editoriale, Venafro

(foto di: Antonio Sorbo)

Mario Lepore per sempre nel ricordo dell’amico Antonio Sorbo, sindaco di Venafro

Il messaggio di cordoglio letto pubblicamente durante i funerali in Cattedrale il 31 ottobre 2017

Caro Mario,

tu che per una vita intera hai riempito lo spazio e il tempo di parole, quelle scritte dei tuoi articoli e delle tue poesie, e quelle che facevi risuonare in ogni angolo della città accompagnate dalla tua inconfondibile e rumorosa risata, te ne sei andato in silenzio, senza parole. E ci hai lasciato in silenzio, attoniti, confusi, increduli. Scriveva un grande poeta, Edgar Lee Masters: “C’è il silenzio dei morti. / Se noi che siamo vivi non sappiamo parlare di profonde esperienze, / perché vi stupite che i morti non vi parlino della morte? / Quando li avremo raggiunti / il loro silenzio avrà spiegazione”.

La poesia e i poeti erano la tua passione: Pavese, Leopardi, e con loro altri che con le loro opere hanno saputo farci lambire il labile confine tra la vita e la morte che tu nell’ultimo anno hai più volte sfiorato, toccato, sfidato, alla fine oltrepassato. Oggi ti salutiamo per l’ultima volta, salutiamo un uomo libero, un figlio di Venafro che amava questa sua città, che ha saputo raccontarla da giornalista negli ultimi tre decenni con onestà intellettuale e mente aperta. Chi, come me, ha avuto il privilegio di esserti stato amico fraterno, perde con te un pezzo della propria vita.

Mi è stato chiesto oggi di parlare in questa chiesa, forse perché io qui posso esprimere il dolore di un’intera comunità che mi ha scelto per rappresentarla anche in momenti tristi come questo, ma forse anche e soprattutto per il rapporto di amicizia che ci ha legato per lungo tempo. Ma non è facile. Per tutta la giornata di ieri, accanto alla tua bara, nella grigia sala mortuaria dell’ospedale e sotto il cielo altrettanto grigio di questi ultimi giorni di ottobre, ho passato il tempo a contare i ricordi uno ad uno, senza mai riuscire a trovare una fine nella conta. E ho pensato al destino beffardo che ti ha portato a consumare le ultime ore della tua vita in cima ad una collina tagliata da un vento freddo sotto un cielo grigio lontano dalla tua casa. Ha riservato questa sorte a te che al grigiore e all’aria gelida di quelle montagne avresti preferito l’aria dolce di Venafro o il sole e i colori di Napoli. Ti confesso che quando ieri, nel cuore della notte, un messaggio mi ha dato la notizia che temevo di ricevere, sono scoppiato in un pianto triste e irrazionale, come accade quando si deve prendere atto che qualcosa di sé è perso per sempre. Ma dopo, asciugando le lacrime, mi sono accorto che ogni ricordo, a qualunque epoca corrispondesse della nostra lunga amicizia, suscitava in me un sorriso interiore, nell’anima.

La prima cosa che mi è tornata in mente è stato il rumore della tua risata fragorosa, esplosiva. La tua allegria esuberante, contagiosa. E il tuo amore per questa nostra Città. Se ora lasciassi la parola solo all’amico che sono stato, al compare, questa chiesa sarebbe inondata da pensieri confusi, contrastanti, da un mare di ricordi quasi tutti legati a quell’epoca di leggerezza e di spensieratezza nella quale eravamo padroni assoluti del nostro tempo e delle nostre speranze. Quei ricordi saranno custoditi per sempre nel mio cuore insieme alle immagini e ai colori di un tempo troppo breve che abbiamo attraversato troppo velocemente.

Mi piace immaginare che siano tue e per me, per tutti gli amici e per tutti quelli che ti hanno conosciuto e voluto bene, le parole che pronunciò Henry Scott Holland, teologo britannico, cento anni fa in un’altra chiesa, rivolte a chi piangeva la morte di un amico: “Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.”

Ma oggi sono qui anche e soprattutto per esprimere il dolore della comunità venafrana, dell’intera Città che vuole ringraziarti per come l’hai amata, per come l’hai raccontata, per aver portato, in ogni discussione, in ogni intervento, un contributo positivo, per essere rimasto sempre lontano dalla tentazione, a cui invece molti non hanno saputo resistere, di cedere alla sterile critica, all’apprezzamento negativo, alla foga distruttiva che tu sempre indicavi come uno dei grandi mali della nostra comunità.

Ci mancheranno le tue risate, le tue battute, i tuoi articoli, il tuo punto di vista disinteressato di uno innamorato della propria Città.

Amavi i poeti, specialmente quelli che sanno indagare l’animo umano, metterlo a nudo anche quando ciò comporta dolore e sofferenza interiori, quelli che ci spingono ad osare oltre il finito e ad affacciarci su quell’infinito che per tutta la vita ti sei sforzato di conoscere, scrutare, spiegare. Perciò voglio che questo mio saluto si chiuda con le parole di uno di questi poeti, Fernando Pessoa, uno che è stato capace di esprimere l’inquietudine della natura umana che in te si manifestava nelle sue forme più pulite e dolci. “La morte è la curva della strada, / morire è solo non essere visto. / Se ascolto, sento i tuoi passi / esistere come io esisto”.

Riposa in pace, amico mio, figlio di Venafro. Ti ho voluto bene, ti abbiamo voluto bene.

Addio Mario

L’amico Antonio Sorbo

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